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Bianco
A quel tempo Bianco rappresentava
uno dei centri più importanti per cultura,
attività amministrativa e per le enormi
risorse economiche legate alla fertilità
del terreno. Nel 1496 la città fu a capo di
una baronia concessa da re Federico II al
messinese Tommaso Marulli a cui si aggiunse
la contea di Condojanni. Da tale baronia
dipendevano Crepacore, Bruzzano, Potamia,
Bovalino e Panduri (oggi Careri). Verso la
fine del XVI secolo la proprietà passò al
principe di Roccella, Fabrizio Carafa,
allora marchese di Castelvetere, a cui
appartenne fino al XIX secolo. Bianco fu un
importante centro religioso, qui, infatti,
furono costruiti numerosissimi luoghi di
culto.
Nel 1632 suor Maddalena Muscoli fondò
persino un Conservatorio di Vergini (casa
religiosa di sole donne). Nel XVI secolo la
popolazione complessiva di Bianco raggiunse
i duemila abitanti ma il terremoto del 1783
bloccò la crescita demografica. Il sisma fu
talmente violento che distrusse il centro
urbano e contrada Catamotta i cui abitanti
furono costretti a trasferirsi alla marina
di Pugliano, seguendo le famiglie Ielasi e
Salvadori che vi possedevano le ville in
campagna. Qui fu riedificato il paese,
secondo uno schema a scacchiera riconducibile alla cultura illuminista. Da questo nucleo di disperati ebbe
origine il nuovo paese di Bianco detto,
appunto, Bianconovo, per distinguerlo dal
centro abitato abbandonato (oggi detto
Bianco Vecchio). Nel 1847 Bianco partecipò
ai moti per l’Unità d’Italia pagando a
caro prezzo la sconfitta. Il borgo Zoparto è stato completamente abbandonato dopo il terremoto del 1908. Il borgo conserva ancora i resti testimoni del suo passato; in località Zòparto vi è la chiesa del Soccorso, risalente all’XI sec. Ma rifatta nel XVII; in località Crocefisso interessanti sono i ruderi della chiesa di Santa Maria della Vittoria annessa e dun Convento dei Minori Riformati risalente al secolo XVII. Nella frazione di Pardesca, i ruderi delle vecchie case disabitate da tempo, il marrone bruciato della pietra consumata e il verde degli alberi segnano un vistoso contrasto con l’argilloso tappeto bianco.
Santuario Maria SS di Putigliano
Situato
alla marina, l'edificio fu realizzato tra il 1500 e
il 1600 nella stessa zona in cui fin dal 1200
esisteva il monastero basiliano di Pugliano. Una
parte del santuario, infatti, è stata ricostruita
sui resti della vecchia abbazia. Le prime notizie
certe dell'esistenza del monastero risalgono al 1328
quando venne nominato abate frate Neofito,
appartenente all'Ordine dei Basiliani. Altro dato
certo è che nel 1457 l'abate era Marcus De
Canturibus, proveniente dal santuario di Maria SS di
Polsi. Non si hanno, invece, notizie sulla
distruzione dell'abbazia e neanche della sua
ricostruzione, avvenuta probabilmente alla fine del
1500.
Il santuario ha un'unica entrata. La porta d'ingresso, sormontata da uno stemma, è affiancata da due colonne incassate che si sviluppano per tutta l'altezza dell'edificio. Sopra una finestra ad arco. L'interno, a una sola navata, è interamente in stucco lavorato. In fondo l'abside. Sull'altare c'è una pergamena con la scritta "Ave Maria" (circondata da quattro colonne verdi, due per lato) e un piccolo tabernacolo. Ai lati della navata si aprono delle nicchie con statue di Santi. |
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La leggenda vuole che il Santuario custodisse un’icona cinquecentesca raffigurante l’immagine della Vergine, portata dai monaci bizantini dalla Siria, per salvarla dalle persecuzioni iconoclaste. In onore della Madonna di Pugliano, a ferragosto avvengono dei festeggiamenti che culminano con lo spettacolo dei fuochi artificiali sull’acqua. Il Greco di Bianco
La cultura vinicola è sempre stata presente nella
storia di Bianco. Sembra, infatti, che le primi viti
siano state portate nel territorio da alcuni coloni
greci sbarcati a Capo Bruzzano (VIII secolo). Gli
Elleni, probabilmente, introdussero nuove varietà di
uva. Le prime notizie sull'esistenza di un vino bianco
dal sapore delizioso risalgono al XVI secolo quando i
Marulla, feudatari di Bianco, lo esaltarono in un
rapporto inviato al governatore del Regno di Napoli.
Soltanto nel XX secolo, però, si hanno notizie certe
sulla produzione del "Greco". Questo vino,
dal colore giallo ambrato e dal particolare profumo di
zagara, è stato più volte definito "nettare
degli Dei" e nel 1980 gli è stato attribuito il
marchio Doc. Il "Greco" è ottenuto dall'uva
lasciata seccare al sole su graticci di canne o su
basi in legno. Si tratta, infatti, di un vino passito
dal gusto caldo e morbido che va consumato da solo
(come aperitivo) o da gustare con pasticceria secca,
formaggi piccanti e frutta. |
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