I cinque martiri di Gerace

 

 

Michele Bello Pietro Mazzone Gaetano Ruffo Domenico Salvadori Rocco Verduci  

 

 

La storia dei Martiri di Gerace costituisce una tappa molto importante nella lotta per l’affermazione dei princìpi di libertà in Calabria.

Fin dal 1820 la frammentazione della penisola in stati, in parte illiberali e troppo spesso in conflitto, aveva spinto i rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un’idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno Stato nazionale.

Nel 1847 scoppiò una rivolta che si sviluppò nel reggino e nel catanzarese, a cui parteciparono anche esponenti del clero. I moti iniziarono al grido di libertà, di Costituzione, d’indipendenza sociale e infervorarono gli animi di molti giovani tra cui Michele Bello, Pier Domenico Mazzoni, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori e Rocco Verduci. I cinque erano destinati ad un avvenire brillante per le disponibilità economiche di cui disponevano che consentivano di sviluppare e raffinare le loro doti intellettive.

Infatti appartenevano a famiglie facoltose e furono inviati a Napoli per frequentare gli studi universitari di giurisprudenza, necessari per il brillante avvenire al quale sembravano destinati. Nella città partenopea si nutrirono delle nuove idee liberali e patriottiche che ormai circolavano in tutta Europa fra gli strati della borghesia illuminata, ne condivisero i princìpi distinguendosi per il loro fervore. Perciò vennero rimpatriati dalla gendarmeria partenopea che teneva d’occhio gli universitari per via dei rapporti che tessevano con ambienti politici e con personaggi in odore di cospirazione.

I cinque giovani erano poeti e sognatori. Erano vicini agli ideali della carboneria, portatori e testimoni di una morale che imponeva di essere tolleranti e rispettosi nei confronti di tutti gli uomini e della loro dignità. Avevano un animo generoso e appassionato: ricordiamo che Michele Bello aiutò i poveri durante la carestia del 1846 distribuendo denaro e frumento di sua proprietà. Il Comitato Insurrezionale di Napoli decise quindi di appoggiare i cinque nell’elaborazione di un piano che prevedeva la sollevazione contemporanea di Messina, di Reggio Calabria e del Distretto di Gerace, per dilagare poi in tutto il Regno. I cinque calabresi furono diretti protagonisti dell’insurrezione del Distretto di Gerace iniziata a Bianco il 3 settembre 1847. I rivoltosi marciarono su Bovalino, Ardore, Siderno e Gioiosa Jonica al grido di “W PIO IX”, “W L’ITALIA”, “W LA COSTITUZIONE”, abbattendo gli stemmi reali, affiggendo un proclama, abolendo la tassa sul macinato e il divieto di attingere acqua dal mare, dimezzando il costo del sale e dei tabacchi. In quell’epoca il sottintendente di Gerace era il palermitano Antonio Bonafede che si era già distinto per astiosità e cinismo nella vicenda dei fratelli Bandiera, in cui ebbe un ruolo determinante circa la cattura e la condanna.

Come sottintendente di Crotone svolse il suo ruolo con odiosità tale che le autorità lo trasferirono in altra sede. Andò a finire proprio a Gerace, dove il caso volle che si trovasse dinanzi ad un episodio simile a quello del 1844.

Quando apprese che a Bianco era in corso una rivolta, Bonafede mobilitò un gruppo di persone e raggiunse la cittadina ove venne fatto prigioniero da Michele Bello prima che riuscisse a sbarcare sulla terra ferma. Fu costretto a seguire la marcia degli insorti, ma non gli venne torto un capello. Assediati dai gendarmi, i protagonisti dello sfortunato tentativo rivoluzionario si rifugiarono nelle montagne di Castelvetere che ai quei tempi era un centro importante della Carboneria.

Speravano di trovare aiuti dai loro confratelli e un tale Nicola Ciccarelli li aiutò a trovare riparo in una grotta fuori del paese, ma poi li tradì.

Nella notte tra il 9 e il 10 settembre Michele Bello, Rocco Verduci e Domenico Salvadori furono arrestati e condotti in carcere a Gerace.

Quando attraversarono le vie del paese un grido si levò dalla bocca di tutti: «Hanno arrestato i carbonari! ». Mazzone e Ruffo si erano sottratti alla cattura dirigendosi a Catanzaro, nella speranza di ottenere la protezione del marchese De Riso, la cui sorella era promessa sposa di Mazzone. Ma fu tutto vano e due giorni dopo vennero arrestati.

Fallito dunque il moto rivoluzionario, con l’arresto dei capi della rivolta, venne il momento della resa dei conti. Il sottintendente Bonafede manifestò tutta la sua ferocia preoccupandosi che la Commissione giudicatrice dei ribelli iniziasse e concludesse il processo velocemente.

«Fu testimone implacabile – scrisse Ugo Sorace Maresca – e usò cinismo sfacciato e viltà d’animo di fronte a quei giovani che, con tanta generosità, gli avevano salvato la vita ». Vomitò accuse contro di loro.

«Per il suo zelo e la sua sollecitudine – scrisse ancora Maresca – il grave giudizio ebbe la durata di poche ore, in fretta e nella notte, per non dare il tempo necessario al generale Nunziante, inviato dal Borbone a spegnere la rivolta, di chiedere e ottenere la grazia sovrana, in fretta per non dover rimandare l’esecuzione oltre il 4 ottobre, sicuro che l’attesa della grazia non sarebbe stata vana». Bonafede confermò «in pieno, in questo moto insurrezionale, i suoi istinti di uomo di polizia di basso conio», raggiungendo, per ferocia «il vertice della umana possibilità» anche dopo l’esecuzione «perché perseguitò ancora i familiari e i compagni del moto, a tal punto che lo stesso generale Nunziante, poco tempo dopo, chiese e ottenne dal governo di Napoli il suo trasferimento da Gerace ».

I cinque giovani vennero fucilati per ordine del governo borbonico il 2 ottobre 1847 ed i loro corpi, in segno di disprezzo, furono gettati nella fossa comune detta “la lupa”.

Avevano tutti un’età compresa tra i 23 e i 28 anni. La tragedia si concluse verso le ore tre pomeridiane sulla Piana di Gerace. Quaranta colpi di fucileria stroncarono la vita di cinque giovani colpevoli di aver chiesto la Costituzione, cioè il riconoscimento della dignità dell’uomo, allora fagocitata da un potere dispotico che impediva ai sudditi la partecipazione ai destini del Paese e dettava l’obbedienza cieca all’autocrate, malgrado la Rivoluzione Francese avesse solennizzato i diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino.

Si racconta che durante l’esecuzione una giovane impazzì per il dolore, al contrario il vescovo del luogo, qualche giorno dopo, esultò per la loro fucilazione durante una funzione religiosa nella maestosa cattedrale normanna. I miseri resti dei cinque eroi furono raccolti nel 1848 da mani pietose e vennero trasportati dalla fossa comune in celle attigue al campanile del vicino convento. Ma il colonnello Rodolfo De Flugy, inviato del re a Gerace, dispose che venissero rigettati ne “la lupa”, eliminando, così, ogni ulteriore possibilità di recupero e di identificazione.

L’esecuzione dei Cinque Martiri di Gerace riempì di sdegno e di orrore l’Italia e il mondo intero. In molte città italiane si protestò e si celebrarono solenni esequie. Numerose furono le persone che, nelle varie regioni italiane, in onore della loro memoria, portarono il cappello alla calabrese. A Rocca di Neto, alcuni cittadini avevano organizzato, addirittura, il rapimento di Ferdinando II, ma furono traditi e arrestati.

La Carta Costituzionale venne promulgata il 29 gennaio 1848, qualche mese dopo la loro uccisione, da Ferdinando II, sovrano «ignorante e testardo, alieno dai buoni studi, che guardava di traverso gli uomini di lettere e di scienze e li derideva col nome di pennaruli». La concessione della Carta Costituzionale avvenne anche grazie al martirio dei cinque giovani calabresi.

 

Sul luogo della fucilazione sorge un monumento inaugurato il 7 giugno 1931, sul quale è collocato un pannello bronzeo raffigurante la fucilazione degli Eroi, opera dello scultore Francesco Jerace.

A Siderno, in Piazza Cavour, è stato eretto un monumento, opera dello scultore sidernese G. Correale, a Michele Bello nel 150° anniversario del suo martirio.

RIPETANO I SECOLI
CHE QUI
VENNERO FUCILATI
A 2 OTTOBRE 1847
BELLO MICHELE DA SIDERNO
MAZZONE PIETRO DA ROCCELLA JONICA
RUFFO GAETANO DA BOVALINO
SALVADORI DOMENICO DA BIANCONOVO
VERDUCI ROCCO DA CARAFFA
PRECURSORI DI LIBERTA’
ANNO 1931

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