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STAITI
La chiesa parrocchiale di origine medievale, dedicata a Santa Maria della Vittoria in ricordo della vittoria dei Cristiani sui Musulmani nella battaglia di Lepanto, restaurata nel 1967, custodisce una Madonna col Bambino in marmo, opera del Gagini.
Le notizie relative alla sua origine sono scarse e incerte. La leggenda, come testimonierebbero alcune monete e manufatti di età antica rinvenuti nella zona, riferisce che nell'area, in seguito occupata dalla chiesa, sorgeva un tempietto, elevato dai Locresi zephiri, che abitavano la contrada all'epoca della Magna Grecia (V-VI secolo a.C.), in ringraziamento di Nettuno che li aveva risparmiati da una tempesta . Il culto del dio del mare doveva essere molto sentito, se è vero che la sua statua era coperta da un prezioso mantello. Anzi si vuole che Annibale, all'epoca della lotta contro Roma, quando pose la sua base a Crotone e lungo la costa ionica (206-203 a.C.), volendo punire i Locresi per la loro alleanza con la sua nemica, passando dal tempio sottraesse il manto gemmato, con grave costernazione dei suoi soldati. Per tranquillizzarli, gli disse che il dio aveva caldo e che al ritorno, con l'aria più fresca, lo avrebbe restituito.
All'epoca dei primi insediamenti basiliani, quindi, intorno al VII-VIII secolo, il tempio era abbandonato ed i religiosi se ne impossessarono trasformandolo, naturalmente, in una chiesa greca. La dedicarono alla Madonna che, forse in ricordo del luogo, chiamarono del Tridente, in seguito trasformato in Tridetti. Secondo questa versione, l'abbazia sarebbe una delle più antiche della Calabria. Il tempo subì una profonda ristrutturazione dopo il 1060 con gli Altavilla. Secondo altri Tridetti deriverebbe dal greco tridactilon, che vuoi dire tre dita. L'allusione si riferirebbe al Bambino, sorretto dalla Madonna, che ha la mano alzata con tre dita aperte e due chiuse. Il gesto starebbe ad indicare la Trinità e quindi la maternità divina di Maria. In effetti è esistito un quadro con una simile rappresentazione. L'opera, dovuta a pittori bizantini, in epoca imprecisata è stata trasferita in qualche museo di Napoli e di essa si sono perse le tracce.
Di graziosa semplicità ed austerità, in perfetto stile orientale, l'abbazia ha recentemente subito dei restauri in stile "contemporaneo" ma rimane una tappa culturale e turistico-architettonica di tutto rilievo nell'area. Lungo i secoli il materiale fu asportato allo scopo di utilizzarlo in altre costruzioni ma, nonostante tutto, la Chiesa non subì manomissioni irreparabili. Lo stato in cui si trova è solamente dovuto al tempo ed all'incuria degli uomini. Si presenta senza copertura e con le mura sbrecciate in diversi punti però, nell'insieme, conserva la struttura originale. È disposta con l'abside ad oriente e la facciata ad occidente, secondo la consuetudine greca. L'ingresso principale è costituito da un ampio portale ad arco acuto, sostenuto da due mezze colonne in mattoni e capitelli calcarei che fanno da stipiti. Le dimensioni dell'arco sono tali da rendere problematica la sistemazione degli infissi, il che lascerebbe supporre la presenza di un'apertura interna di dimensioni più ridotte. Sulla parte superiore della facciata si inseriscono due merli a coda di rondine, tra i quali si apre una finestra. Ad un piano più alto è sistemato il campanile a vela con due loculi per le campane.
Accenti arabi si riscontrano nella forma acuta dell'arco trionfale e nei due archi, ai lati del presbiterio, che separano tra loro gli spazi laterali a crociera, ma soprattutto nei raccordi tra il primo tamburo rettangolare ed il secondo ottagonale, che sostiene la cupola: in luogo dei pennacchi sono adottate nicchie a doppi risalti, disposte trasversalmente. Di gusto bizantino é la decorazione laterizia che, con i suoi chiaroscuri ritmati, contrasta con l'aspetto modesto dell'interno, probabilmente affrescato, con figure molto semplici. Santa Maria di Tridetti, presenta numerose analogie con un altro tempio basiliano, il S. Giovanni Vecchio di Stilo a pochi chilometri dalla Cattolica.
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